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2021-09-20 16:05:45 +0200
2021-09-20 19:05:32 +0200
e la magia dello scoutismo non banale
CFT, Campo di Formazione Tirocinanti
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scout
Ovvero perché lo scoutismo è molto più di quella cosa banale che appare essere.
C’è un’inevitabile quasirritante reazione di tristezza e delusione nelle conversazioni fra amici, nel momento in cui salta fuori un argomento, motivo di chiacchierata risate e prese per il culo come qualunque altro.<br />No.<br /><u>Lo scoutismo non può e non deve essere ridotto</u> a quei simpatici bigotti in uniforme che aiutano le vecchiette ad attraversare la strada o, ancora peggio, a quell’associazione paramilitare che ti lava il cervello da quando sei piccolo.

C’è un’inevitabile quasirritante reazione di tristezza e delusione nelle conversazioni fra amici, nel momento in cui salta fuori un argomento, motivo di chiacchierata risate e prese per il culo come qualunque altro.
No.
Lo scoutismo non può e non deve essere ridotto a quei simpatici bigotti in uniforme che aiutano le vecchiette ad attraversare la strada o, ancora peggio, a quell’associazione paramilitare che ti lava il cervello da quando sei piccolo.

Sono sempre felice di essere al centro dell’attenzione, non solo quando si tratta di lodi e lusinghieri gesti, ma anche nelle situazioni imbarazzanti e per i più vergognose, nonché per qualunque cosa vada dal mio abbigliamento alle mie vane speranze di poter approcciare fanciulle decisamente troppo affascinanti per me, ma no. No.
Mi dispiace amici, ma mi rifiuto di proseguire oltre con questa tolleranza, che pur dovrebbe essere parte dei principi che mi appresto ora a difendere e lodare.

Lo scoutismo, il movimento scout, l’AGESCI Associazione Guide E Scout Cattolici Italiani non è un gruppo di persone che perdono i loro sabati pomeriggio a costruire aggeggi inutili, non è un mucchio di ragazzi sorridenti che hanno le loro usanze strane, da osservare con diffidenza come fossero riti satanici, non è un sottoinsieme della popolazione italiana da studiare con antropo-sociologica curiosità per i loro modi particolari. Si tratta di un’organizzazione riconosciuta internazionalmente che incarna i valori più nobili e autentici che io possa immaginare.

Sono appena tornato dal CFT, il primo di tre campi del percorso formativo che porta ad essere un Capo Scout; da ieri, non sono più un discente, ma un tirocinante. Da oggi, ho deciso che non riderò più alle battute sugli scout e non ignorerò più la loro stereotipizzazione.

Prima di fermare con alcune parole, finalmente, la genialità, la potenza, l’estrema importanza che il movimento scout ha nella mia vita, come in quella di tutti gli associati, come in quella del territorio in cui operano, permettetemi di raccontare del mio favoloso weekend.

I tirocinanti sono un manipolo di saltellanti ~ventunenni che adorano stare fra gli adolescenti che di saltare hanno troppa voglia, o l’hanno persa a forza di rimproveri dell propri prof. o maestr.
In particolare, alcuni giorni fa, una ventina di loro, provenienti della zona di Mestre (e dintorni) si sono riuniti a San Lorenzo, la parrocchia del Duomo di Mestre.

Foto dei venti tirocinanti, in uniforme, che hanno partecipato al campo

I partecipanti al CFT della zona di Mestre a settembre 2021

Questi squinternati immortalati nella foto qui sopra, fra cui —per loro sventura— sono capitato anche io, hanno seguito tre giorni di full-immersion sull’essere capi, la spiegazione dei concetti di base sull’associazione e sul suo funzionamento, riflessioni sul lavoro della comunità capi e sulla progettualità caratterizzante il nostro metodo.
Sono stato contento di avere stretto il rapporto con i mitici Fede ed Enrico, miei “omologhi” nel Mira 1, il gruppo la cui Co.Ca. mi ha accolto alcuni mesi fa, dopo la mia partenza dal Costa Balenae, di conoscere Maria e Chiara, nostre “omologhe” nel Mira 2, ma soprattutto felice di condividere esperienze, dubbi e soddisfazioni con altri simpatici ragazzi molto più in gamba di me.

Foto dei nostri diversi fazzolettoni appesi tutti insieme

Per tre giorni siamo stati una comunità: abbiamo appeso da una parte tutte le nostre diverse e colorate promesse e ne abbiamo indossato una nuova, che ci univa tutti sotto uno stesso colore, casualmente praticamente identico a quello della camicia.

Passare ore sotto lo stesso tetto non per sé, ma per fare del proprio meglio per essere pronti a servire altri, rende ancora più magico il valore dell’incontrarsi. Imparare e crescere non per fini personali, ma per essere un riferimento esemplare per più piccoli (nemmeno troppo) nella fase più confusa della propria vita è qualcosa che sono orgoglioso di aver fatto e di continuare a voler fare.




Essere scout è uno stile di vita. Per quanto possa sembrare cliché e naturale, significa avere stile, il vero stile, quello che con orgoglio chiamiamo lo stile scout (e non L’Ostile Scout). Vivere da scout significa incarnare tre fondamentali valori:

  • il servizio;
  • la scelta politica;
  • la fede cattolica.

Prendendo la Partenza uno scout ~ventenne si impegna con sé stesso per portare avanti questi tre elementi fondamentali per il resto della sua vita; come comunemente si dice, semel scout, semper scout. A cascata da questi punti si sviluppano manuali su manuali, regolamenti, documenti, corsi di formazione, intere riunioni il giovedì sera in una stanzina della parrocchia che ha una finestra piena di spifferi per cui si muore di freddo.

Per ammutolire i detrattori accecati dallo stereotipo, ho tentato di addentrarmi in un sintetico elenco delle qualità che rendono lo scoutismo unico, ma mi sono impelagato in una vagonata di dettagli pedagogici, sociologici e politici che nel CFT che ho concluso ieri sono stati affrontati in tre giorni. Eviterò dunque di citare e spiegare passaggi del Patto associativo, che non ho il diritto né la competenza di poter interpretare, ma vi prego, per il vostro bene, di impegnare alcuni minuti per leggere le quattro pagine in cui è perfettamente spiegata l’essenza di quello che per me è Vivere realmente, profondamente, completamente.

Per allontanarci dalla banale stereotipizzazione che mi suscita quel quasinervosismo raccontato all’inizio, credo sia sufficiente riconoscere la complessità e la grande serietà con cui l’educazione di uno scout è affrontata. Il metodo scout è lo strumento più bello e ideale in cui io mi sia imbattuto che tuttavia riesca comunque ad essere applicato così precisamente. Il metodo scout, al contrario dei più studiati e universalmente riconosciuti modelli economici, sociali, pedagogici e politici (che io conosco) non solo appare utopico e rivoluzionario, ma è già meravigliosamente attuato e, con orgoglio, io sono protagonista di una minuscola fettina di questa messa in atto.

Lo scopo dell’associazione è contribuire, secondo il principio dell'autoeducazione, alla crescita dei ragazzi come persone significative e felici.

Non credo sia necessario aggiungere altro.

Anzi sì. Come Giffoni e come (spero e credo) Scambi, lo scoutismo è una di quelle emozioni che possono solo essere vissute e provate, difficilmente raccontate. Sono abbattuto e rammaricato quando sento racconti traumatici di amici che hanno mollato perché la propria esperienza è stata troppo negativa. Capisco, perché io per primo sono stato in grande disagio nel mondo scout e per un paio di anni lo ho abbandonato (per fortuna sono poi tornato dal mio favoloso clan). Tuttavia, è importante ricordarsi di non trarre conclusioni induttive e generalizzanti sulla base di un vissuto probabilmente distorto da situazioni negative che trascendono l’essere scout. Gli scout sono prima di tutto persone e, in quanto tali, si allenano per poter amare il più possibile nel miglior modo possibile ma, inevitabitabilmente e naturalmente, possono sbagliare.



Postfazione

Ormai sto prendendo gusto con questa cosa dell’aggiungere piccole cosine alla fine dei post, dato che senza Instagram o Twitter nessuno di chi usualmente mi legge sa cosa altro sta succedendo nella mia vita. Per questo motivo, ho deciso che da ora in poi mi impegnerò per prendermi un po’ di tempo per scrivere e raccontare quello che faccio e che vedo in giro, senza dover necessariamente essere spinto dall’ispirazione di scrivere uno pseudo-articolo lungo e complicato solamente ogni manciata di mesi. Inizialmente, anche questo post avrebbe dovuto essere unicamente un racconto delle emozioni a caldo post-CFT, ma, come vi sarete sicuramente accorti, non sono riuscito a limitarmi a questo.

Proprio per questo nuovo proposito, vi ricordo che potete iscrivervi ai vari feed RSS di tommi.space, ma in particolare alla newsletter.

Come sempre vi ringrazio per le valanghe di lodi e di complimenti nei commenti in fondo alla pagina, che sono diventati ormai talmente tanti che non riesco più a leggerli tutti, ma non preoccupatevi che tengo bene a mente che sono il più bello e il più simpatico per ognuno di voi miei ama(n)ti lettori.

Alla prossima!
(che sarà presto!) {% comment %}

La diarchia

L’AGESCI è l’unione dell’ASCI (Associazione Scout Cattolici Italiani) e dell’AGI (Associazione Guide Italiane). L’unione delle due associazioni, avvenuta il 4 maggio 1974, dà vita ad una struttura organizzativa unica in Italia (forse anche nel mondo, ma non ne sono certo), la diarchia: ad ogni livello della gerarchia scout, i rappresentanti/capi/referenti sono sempre in due e sono sempre un maschio e una femmina. Lo scoutismo, in altre parole, è il primo e massimo promotore della parità di diritti fra i generi, pur riconoscendo le differenti qualità contraddistinguono uomo e donna, dando dunque ad entrambi i sessi la possibilità di essere ugualmente rappresentati.

L'associazione adotta i principi e il metodo della democrazia. Affida gli incarichi educativi e di governo, a una donna e a un uomo congiuntamente, con pari dignità e responsabilità.



L’autoeducazione e la coeducazione

C’è una palese, chiara ed estremamente funzionale gerarchia, nel mondo scout, ma non va confusa con una tendenza autocratica o poco democratica. I ragazzi, il centro del nostro agire e del nostro pensare, sono formati seguendo un principio di autoeducazione:

Il ragazzo è protagonista, anche se non l’unico responsabile, della propria crescita, secondo la sua maturazione psicologica e la sua età. Il capo, con intenzionalità educativa, fornisce mezzi e occasioni di scelta in un clima di reciproca fiducia e di serena testimonianza che evita ogni imposizione.

Il modo in cui i ragazzi vengono formati, contemporaneamente, non viene deciso a tavolino da un entourage di alcuni vecchi capi, ma segue i principi promossi da Baden Powell cento anni fa e continuamente messi in discussione da una comunità di capi che punta ad educarsi reciprocamente. Il CFT che ho concluso ieri è stato condotto da capi, tutti i progetti e tutte le attività

Mi sono permesso di estrapolare alcune parti del patto associativo e di sottolinearne i pa {% endcomment %}